“Tameion”

o la stanza della preghiera

 

       Il vocabolo greco taméion che da nome a questa rubrica indica innanzitutto una parte della casa adibita a magazzino o a ripostiglio. Quando, per esempio, Gesù dice di imparare dagli uccelli che – pur senza mietere e senza avere granaio o ripostiglio – sono nutriti da Dio (Lc 12,24), usa questo termine. Taméion indica, tuttavia, anche la stanza più interna, più riservata e, quindi, più segreta. Come nel caso in cui Gesù afferma che perfino le cose bisbigliate all’orecchio e nelle “stanze più remote” saranno rese note a tutti e proclamate sui tetti (Lc 12,3).

        In un caso e nell’altro, taméion è, dunque, una stanza dove non si conduce nessun estraneo. E Gesù rimanda ad un posto come questo quando, in un’altra occasione, istruendo i discepoli sulla preghiera li ammonisce a non farla per darsi delle arie. Non si prega, sembra voler dire Gesù, per apparire buoni, ma per diventarlo, cercando il tu per tu col Padre. “Quando pregate – dice loro - non siate come gli ipocriti. Infatti essi amano stare in piedi nelle sinagoghe e agli angoli delle strade e pregano per farsi vedere dalla gente. […] Quando tu vuoi pregare, va’ nel tuo taméion e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto e il Padre tuo che vede nel segreto, ti ascolterà” (Mt 6,5-6).

        Chi lo ha capito meglio di tutti è  santa Teresa d’Avila che – non per nulla – è riconosciuta da tutti come la più grande maestra di preghiera. “Per me – scrive, infatti,  Teresa - la preghiera non è altro se non un rapporto di amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama” (Vita, 8,5).

        E si capisce, allora, che il taméion è la stanza segreta ed esclusiva del cuore o del castello interiore, “quella nella quale si svolgono le cose di maggiore segretezza tra Dio e l’anima” (Mansioni I,1,3). 

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