Salmo 22 (21)

Il salmo di Gesù in croce

Bruno Moriconi, ocd

 

 

         

           Il Salmo 22 (21) è una supplica elevata a Dio in un momento di soffe­renza e d’abbandono estremi. Gesù in croce si rivolse al Pa­dre con le parole di questo Salmo: «Elì, Elì, lema sabactàni? (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?)» (Mt 27,46), riassumendo tutti i gridi sgorgati dall’angoscia di ogni uomo di cui era venuto a farsi fratello. Di fatto, con il Salmo 22, il cristiano sale sul Golgota dove incontra l’Uomo che si chiama Gesù.

            «Lì siamo condotti per contemplare colui che per noi è stato trafitto. Entriamo da protagonisti nel dramma della croce. Si apre davanti a noi uno scenario sul buio e si ode un grido lacerante: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Tu sei lontano dalla mia salvezza (...)”. È il mo­mento in cui questo grido dell’Uomo‑Dio attraversa le nostre tenebre; è l’ora culminante dell’angoscia e dell’abbandono in cui il Cristo assume veramente tutta la desolazione, l’ango­scia, la paura, il terrore della morte che è proprio dell’uomo»[1].

 

 

Lamento (vv. 2-21)

 

           vv. 2‑3: Viene espressa tutta la sofferenza dell’anima, Dio si è allontanato e la Sua voce tace. È sordo al richiamo del salmista che, invano, l’invoca giorno e notte. La tristezza è profonda ed il salmista molto malato. «Come acqua sono versato, sono slegate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere», dirà al v 15. La febbre gli secca la gola, il suo palato è arido come un coccio (cf. v 16). È ridotto a pura pelle, può con­tarsi facilmente le ossa (cf. v 18). È vicino a morire: «su polvere di morte ‑ dice a Dio ‑ mi hai deposto» (v 16c).

            Non solo è malato, ma si vede circondato da molti e minacciosi nemici che la febbre alta gli fa immaginare quali belve inferocite e fameliche: Tori di Basan, leoni, cani (vv 13 ss). I nemici lo considerano ormai senza scampo e sono lì pronti a divorarsi tutti i suoi averi (vv 18‑19). Tirano a sorte perfino il suo vestito. E non bastano la malattia ed i nemici, anche la gente della strada, di per sé estranea al fatto ed agli interessi, in­fierisce sul povero infelice e, scuotendo il capo, par che dica: «Il Signore in cui credeva non l’ama più». «Mi scherni­scono ‑ dice il salmista ‑ quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo»; «si è affidato al Signore, lui lo scampi, lo liberi se è suo amico» (vv 8‑9).

            Perché? È da questa situazione che s’innalza il lamento più straziante: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?. Ma, proprio in quel grido, c’è già implicita la speranza. Nelle parole del salmista c’è la contraddizione del caso. Come può il Dio del salmista («Dio mio», lo chiama) abbandonarlo?! Egli è il suo prediletto fin dal seno materno (cf. vv 10‑11).

 

            vv. 4‑6: Il salmista che attende da Dio una risposta al suo perché, sa di poter fondare la sua richiesta su un fatto (l’Alleanza), che lega inesorabilmente Yhwh alla sua vita.»Eppure Tu abiti la dimora (il Tempio)...». Un tempo Tu eri fedele all’Alleanza: «I nostri padri Ti chiamavano e Tu rispondevi...».  Sarebbe, Dio, divenuto infedele?

 

            vv. 7‑9: Il disprezzo degli uomini: un verme (Mt 27,29‑31.39).

 

            vv. 10‑11: Nuovo motivo di fiducia: È Dio che si è preso cura del Salmista (forse un Re d’Israele?), fin dal grembo materno. Raccogliendolo sulle proprie ginocchia al nascere, Egli lo ha adottato (nascere sulle ginocchia di una persona si­gnifica essere adottato da questa: cf. Gn 30,3; 50,23; Gb 3,12). Su questi motivi «teologici» si fonda la protesta del salmista perché Dio intervenga.

 

 

Supplica e promesse (vv. 12-22)

 

            vv. 12‑22: Da me non startene lontano... nessuno mi aiuta! È la preghiera che il salmista innalza a Dio ripetuta­mente (cf. vv. 12 e 20). La descrizione dei nemici (vv. 13‑14), della propria ma­lattia (vv. 15‑16), il nuovo richiamo ai nemici (v. 17) ed alla propria condizione (v. 18)..., devono muovere il Signore ad in­tervenire: «Scampami dalla spada, dalle unghie, dalla bocca del leone...». Al v. 21 il salmista chiede: «Scampa dalla spada la vita mia, dalla stretta del cane l’unica mia (yehîdaty)”. In base al parallelismo con «vita mia», l’unica mia è pure da intende­re come vita e, quindi, è come se il salmista chiedesse che Dio salvasse l’unica cosa che ha (la vita) per lodarlo. «Salvala perché possa ancora annunciare il tuo Nome tra i fratelli». Di fatto, il Salmo giunge qui ad una svolta.  Segue una «Azione di grazie» nella quale il salmista si vede nel Tempio mentre loda ed invita a lodare Yhwh.

 

 

Azione di grazie (vv. 23‑32)

 

            v. 23: Al v. 23 il salmista aveva promesso (nel momento ancora del dolore) di lodare Yhwh, se questi avesse salvato l’unica cosa che gli restava (la vita): «Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea». Dal v. 24 in poi, egli s’immagina (ormai certo dell’in­tervento salvifico di Dio nei suoi confronti) nel Tempio del Signore, dove invita tutti gli astanti ad unirsi alla propria lo­de. La sua supplica, il suo lamento s’è cambiato in lode di ringraziamento. Dio risponde e non disprezza il debole. Ecco l’insegna­mento del Salmo.

 

            vv. 23‑25: Il salmista è stato liberato e ha ritrovato il favore divino. Dio non è più lontano. Nel mezzo dell’assemblea può cantare le meraviglie compiute da Dio a suo favore. Colui di cui tutti si prendevano gioco è colui che ora insegna. Tutti, in forza di lui, sono invitati a lodare Dio, e que­sto è il contenuto della lode: Dio non ha disprezzato né sdegnato l’afflizione del misero, non gli ha nascosto il suo volto, ma al suo grido di aiuto, lo ha esaudito (v 24).

 

            v. 26: Sciogliendo i voti dinanzi al Signore, il salmista è mo­tivo di lode, mentre unica sua lode è Dio che si è fatto sen­tire di nuovo.

 

            v. 27: L’allusione ad un grande banchetto fa riferimento ad una azione di grazie cui, se sono invitati tutti, soprattutto i poveri (come lo è stato il salmista nell’abbandono), devono partecipare e... saziarsi.

 

            vv. 28‑29: Il banchetto è «messianico»: tutte le nazioni ver­ranno! Gerusalemme ed il Tempio divengono il centro di tut­to l’universo, perché lì risiede l’Unto del Signore che ne è il rappresentante.

 

            vv. 29‑32: Dalla salvezza operata da Yhwh nei confronti del suo servo, pare che tragga vantaggio il Regno di Dio nel suo insieme. Tutti diranno, infatti, al v 32c: «Ecco l’opera del Signore»[2]. Ponendo Cristo al posto del salmista che grida a Dio, come hanno fatto gli Evangelisti, si può leggere che è Lui l’opera che il Signore ha compiuto ed è in Lui che tutti ringraziano Dio per l’opera di salvezza.

 



[1] A.M. Canopi, Il mistero di Cristo celebrato nei salmi, ed. Paoline, Roma 1980, p. 74.

[2] Come in 118,23.