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SALMO 139 (138)
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Dai versetti 19-22 (imprecazione contro il malvagio)
si potrebbe avere l'impressione che l'orante di questo Salmo sia minacciato da
persone nemiche e che ci si trovi di fronte ad una Supplica contro di
loro. Lo farebbe pensare anche la protesta del versetto 23, in cui il
salmista contro quegli eventuali accusatori fa appello al Signore con queste
parole: "Esaminami, Dio e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei
pensieri". In questa preghiera c'è, tuttavia, qualcosa di molto
più profondo. Nemici e false accuse possono anche essere reali, ma ormai solo
figure della paura radicale che lo stesso salmista sente dentro di sé. Uno
smarrimento, tuttavia, che lo ha condotto ormai alla fede e alla fiducia in Dio
e in se stesso. Il versetto
chiave Il salmista, infatti, dopo essersi intrattenuto (vv.
2-12) sull'onniscienza onnipresente di Dio, di cui sa perché tale gli è stata
descritta da sempre la divinità, sente improvvisamente (v. 13) che ciò che
potrebbe essere anche solo una realtà da temere lo riguarda nell'intimo e,
invece di muoverlo alla semplice ammirazione, lo commuove e lo trasforma in una
persona che si sente amata. Si accorge, infatti, che DIo sa non solo
tutte le cose, ma la sua vita e persino le sue paure. Sa quando siede e quando
si alza, il suo andare e il suo fermarsi. Tutte le vie gli sono familiari.
Conosce anche da lontano i suoi pensieri ed ogni sua parola, prima che affiori
alle labbra. Si interessa a tutto questo perché lo ama. Era un giorno di grazia quello in cui il salmista comprese
all'improvviso di essere nel pensiero di Dio da sempre, come e più dl figlio
desiderato dal padre: la creatura che Dio ha voluto e si è plasmato. "Sei
tu", dice infatti a Dio il salmista "Sei tu che hai creato le
mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre". Ricondotto misteriosamente nel ventre materno, sente
che le calde mani che lo traggono all'esistenza e lo plasmano sono proprio
quelle di Dio. é stato Lui a
proteggerlo nel grembo di sua madre, Lui che lo contemplava come opera sua e
segnava i suoi giorni, dal primo all'ultimo, nel suo libro (vv.13-17). "I
(miei) giorni erano pensati, (tutti) e non uno solo di essi" (v. 16), dice
il salmista e sente che nel suo "diario" Dio include veramente tutto:
i giorni del dubbio, della paura e dello smarrimento, come fa una madre che
annota il giorno del primo passo, della prima parola e del primo dentino del
suo bambino. A questo punto (vv. 17-18), come già al versetto 5
("Troppo meravigliosa questa conoscenza per me. Elevata, non la posso"),
il nostro orante erompe in ammirazione. Un'ammirazione, tuttavia, ormai tutta
personale: "E per me, quanto sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Com'è numerosa la loro somma! Se li conto, più della sabbia sono numerosi. mi
sono svegliato e sono ancora con te". La meraviglia dell'orante non nasce più dalla
semplice contemplazione delle opere del creato, ma dall'accorgersi di essere
guardato e voluto dallo stesso Creatore. Non è giusto, dunque, identificare
questo salmo con un omaggio a chi sa tutto (BJ) o con un inno
all'onniscienza ed all'onnipotenza intima e profonda. Semmai, è della provvidenza e della protezione
amorosa di Dio che bisognerebbe parlare, recuperando - alla luce del v. 13 -
l'espressione iniziale del Salmo: "Signore tu mi scruti e mi conosci. Sai
se siedo e se mi alzo. Ogni mio pensiero lo capisci" (v.2). La supplica Se è così, l'augurio contro il malvagio dei vv. 19-21
sembrerebbe una pesante caduta di tono, anche se - nella logica
veterotestamentaria - il desiderio che Dio elimini gli empi rientra tra i buoni
pensieri. Nella mente del salmista ormai pacificato nell'abbraccio di Dio,
tuttavia, quegli empi o quel malvagio potrebbero coincidere anche i suoi stessi
fantasmi e con la paura delle tentazioni interiori contro la speranza. In
questo caso, allora, il suo desiderio espresso con parole quotidine potrebbe
essere un'implicita preghiera per sé e perfino per i peccatori. Per sé, perché non scompaia da lui la luce di questo
momento di "grazia" e per gli empi, perché possano anch'essi
svegliarsi in Dio. Non per nulla, infatti, il Salmo si chiude con questa
richiesta: "Esaminami, Dio e conosci il mio cuore, prova e conosci i miei
pensieri. E vedi se la via della malvagità (del tormento) è in me e conducimi
per la via di sempre" (vv. 23-24). Se traduciamo il sostantivo ozeb del versetto
24 con tormento invece che con malvagità, la preghiera del
salmista conduce ancora più a fondo. Che cos'è, infatti, deviare o peccare se
non tormento, sofferenza e non sapere, prima che malvagità?La via "di
sempre", chi non vorrebbe percorrerla? Dio solo, tuttavia, può sapere se
il salmista procede sulla via del tormento o su quella della vita. Da qui la "necessità di pregare sempre, senza
interruzione", come sente dirsi da Gesù il cristiano che si accosta a
questo Salmo e lo fa suo. "Per non cadere in tentazione, perché lo spirito
è forte ma la carne è debole", aggiunge lo stesso Maestro. Una realtà, la
tentazione e la debolezza, che è parte integrante del cammino della vita
condiviso dallo stesso Gesù, ma che la preghiera può illuminare ogni volta che
sul suo esempio si invoca il Padre. Per Dio, infatti, perfino le tenebre sono
chiare come il giorno (v.12). Una voce Per un istante, ma anche per lungo tempo, la
grandezza onnisciente e onnipresente di Dio potrebbe anche aver tenuto
semplicemente in soggezione il nostro salmista (vv. 2-12). Ormai, tuttavia,
egli è entrato nella pace. (v. 13). Deve aver sentito una voce simile a quella che
confortò un giorno lontano il capostipite errante del suo popolo: "Non
temere, Abram, io sono il tuo scudo" (Gn 15,1). Una voce calda come quella
di Gesù ai discepoli atterriti sul lago: "Sono io, non temete" (Mc
6,50). Una voce tutta interiore, ma certa, come la consapevolezza espressa al
v. 13 dal salmista che improvvisamente sente Dio paternamente impegnato nei
suoi confronti e del tutto chino su di lui.
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