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“TU ES PETRUS…” ____________________________________________________________________________________________________________
“Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa,
e le porte degli
inferi non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli…”
(Mt 16,18-19).
Sono due le grandi occasioni nella quali Gesù
manifesta a Pietro la volontà di affidargli la guida autorevole della sua
Chiesa: la prima a Cesarea di Filippo, subito dopo che l’apostolo, a nome di
tutti, lo ha riconosciuto Messia e Figlio di Dio; la seconda sul lago di
Tiberiade quando, dopo avergli chiesto un amore superiore a tutti gli altri,
nonostante la sua pochezza, gli affida i suoi discepoli. Cominciamo,
tuttavia, a parlare di lui come di un semplice discepolo, della sua chiamata,
dei suoi entusiasmi e dei suoi fallimenti. Simon
Pietro
Simone, questo era il nome che aveva imposto suo padre a colui che sarebbe stato chiamato Pietro, esercitava il mestiere di pescatore e, insieme a suo fratello Andrea, pescatore come lui, fu tra i primi tre discepoli di Gesù. Sposato, aveva preso con sé anche la suocera, restata probabilmente vedova e sola. Viveva, in una casa assai grande, a Cafarnao e, come ebbe a notare la domestica del sommo sacerdote mentre Gesù veniva processato dal Sinedrio, parlava con un accento così forte che lo tradiva subito come originario di quella regione periferica del paese, la Galilea. Appena lo vide, Gesù volle dargli il nome simbolico di Kefa che, in aramaico, significa pietra o roccia, dichiarando che avrebbe fatto di lui, pescatore di pesci, un “pescatore di uomini”. Nelle liste dei dodici apostoli occupa sempre il primo posto e, in tutti e tre i Vangeli sinottici, è colui che prende spesso la parola a nome degli altri discepoli come, per esempio, al momento della trasfigurazione di Gesù, e quando lo sentì dichiarare la difficoltà, per i ricchi, di entrare a far parte del regno di Dio.“Chi si potrà, dunque, salvare?”, chiese in quella circostanza. E Gesù: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”. Una lezione, anche questa come tante altre, che Pietro, pur non comprendendola al momento più degli altri, avrebbe un giorno dovuto ricordare per il bene di tutti: la vera ricchezza sta nel sapersi donare, fino in fondo, come Gesù si era donato. Nonostante fosse stato, con Giacomo e Giovanni, testimone esclusivo della risurrezione della figlia di Giairo, della trasfigurazione del Maestro e della sua agonia nell’orto, Pietro - come gli aveva, del resto, predetto Gesù - lo rinnega proprio nel momento in cui avrebbe dovuto difenderlo, secondo le sue stesse pretese. Per sua fortuna, lo stesso Gesù che gli aveva predetto questo rinnegamento, gli aveva anche promesso di pregare per lui affinché, una volta ravveduto, fosse in grado di confortare e dar forza anche agli altri discepoli. Appena pronunciato il terzo rinnegamento, il povero Pietro incontra, di fatto, gli occhi di Gesù mentre viene condotto al supplizio e, uscito fuori dal cortile del Sinedrio, piange amaramente il suo errore. E fu proprio il su primo vero passo verso quel Pietro che il Maestro sapeva sarebbe diventato, un Pietro che – nonostante la sua pochezza – sarà capace di confortare e guidare tutti i discepoli di Gesù. Veniamo, dunque, alle due grandi investiture, quella prima della passione, a Cesarea di Filippo e, l’altra, dopo la risurrezione, sulla riva del lago di Tiberiade. Su questa pietra (Mt 16.13-20)
Nonostante abbia le sue debolezze, Pietro è costantemente oggetto di attenzioni particolari da parte di Gesù che rivelano come Egli avesse davvero intenzione di farne, non solo un capo ma, una volta che avesse lasciato la terra per ritornare al Padre, addirittura il suo portavoce. A Cesarea di Filippo, Gesù aveva voluto ritirarsi con i suoi discepoli, prima di intraprendere quel viaggio a Gerusalemme che sentiva dover essere l’ultimo e definitivo. Vi avrebbe dette le stesse cose che andava dicendo ormai da tempo alla gente che accorreva a lui in Galilea, ma laggiù, in Giudea e a Gerusalemme, i capi ed i maestri religiosi lo avrebbero sicuramente frainteso e molto probabilmente anche condannato. Gli stessi discepoli si sarebbero smarriti dinanzi a questa presa di posizione ufficiale, proprio da parte delle autorità religiose, contro il proprio maestro e, impauriti, lo avrebbero abbandonato. Era purtroppo inevitabile, ma proprio per questo, voleva che restasse loro l’essenziale da ricordare sulla persona e le sue reali intenzioni. A questo scopo, li condusse a Cesarea di Filippo, l’antica Banias dedicata al dio dei boschi Pan, sull’estremo confine nord del paese. Da qui sarebbe
partito il suo ultimo viaggio che, attraversando tutto il paese, lo avrebbe
condotto a Gerusalemme, città santa, ma anche quella che aveva ucciso molti dei
profeti prima di lui. Innanzitutto, volle sapere, da loro, che cosa avevano
sentito dire su di lui dalla gente. Alcuni
dicevano, infatti, che egli fosse Giovanni il Battista redivivo, altri Elia,
altri Geremia o, comunque, qualcuno dei profeti.La domanda posta ai discepoli
sulle opinioni correnti su di lui, era, tuttavia, solo un modo di iniziare il
discorso. A Gesù interessava, infatti, ciò che ne pensavano loro e, soprattutto,
ciò che ne pensava Pietro che avrebbe dovuto, un giorno non lontano, ricordarlo
a tutti loro. “E voi”, aggiunse, dunque, “chi dite che io sia?”. “Tu sei il
Cristo, il Figlio del Dio vivente”, rispose Simon Pietro.
E Gesù, di rimando: “Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne
e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli. Perciò,
io dico a te che sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le
porte del soggiorno del morti non la potranno vincere. Io ti darò le chiavi del regno dei cieli;
tutto ciò che legherai in terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che
scioglierai in terra sarà sciolto nei cieli”. Era l’investitura del discepolo che, pur essendo il
povero Simone figlio di Giona, doveva diventare il “roccioso” Pietro, capace di
guidare il popolo cristiano, ricordando a tutti che Cristo è la pietra
angolare sulla quale ciascuno è chiamato a edificare il tempio di Dio. Gesù,
glielo ricorderà proprio alla vigilia del suo rinnegamento: “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto di vagliarvi come si
vaglia il grano; ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; e
tu, quando sarai convertito, fortifica i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32).
E fu così
che Simone rinnegò Gesù come gli era stato predetto, ma fu così che,
timidamente, divenne anche quel Pietro che avrebbe guidato la Chiesa nascente
attorno al Cristo risorto, prima tra i fratelli di fede Giudei e, poi, in tutto
il mondo pagano. Fino al proprio martirio, subito a Roma, sotto l’imperatore
Nerone. La prima significativa presenza di Pietro è quella accanto alla
tomba vuota di Gesù. Una presenza silenziosa - Pietro non dice una parola - ma
autorevole. Lo racconta il quarto Vangelo con molta vivacità. “Il
primo giorno della settimana, la mattina presto, mentre era ancora buio, Maria
Maddalena andò al sepolcro e vide la pietra tolta dal sepolcro. Allora corse verso Simon Pietro e l’altro discepolo
che Gesù amava e disse loro: Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo
dove l’abbiano messo. Pietro e l’altro discepolo uscirono dunque e si avviarono
al sepolcro. I due correvano assieme, ma l’altro discepolo corse più veloce di
Pietro e giunse primo al sepolcro; e, chinatosi, vide le fasce per terra, ma non
entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro, e
vide le fasce per terra, e il sudario che era stato sul capo di Gesù, non per
terra con le fasce, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro
discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide, e credette”. Per credere alla risurrezione, non basta il solo
ritrovamento della tomba vuota. È necessario l’incontro di fede con il risorto,
rappresentato – in questo racconto - dal modo di reagire del misterioso
discepolo più giovane che, entrato dopo Pietro, “vide e credette”. Anche questa
fede, tuttavia, deve lasciar passare per primo Pietro a “vedere” autorevolmente
per tutti. Per questo, anche i santi e soprattutto loro, oltre a quella di
Cristo che parla loro interiormente, ascoltano la voce di Pietro, anche quando
questi – nei suoi successori -non fosse santo e, addirittura, solo un ambizioso
peccatore come alcuni papi della storia hanno purtroppo dimostrato. Correvano
assieme, i due discepoli, ma, sebbene il discepolo più giovane corresse più
veloce di Pietro e giungesse primo al sepolcro, è Pietro che deve entrare per
primo e “certificare”, per tutti, che la tomba non era semplicemente vuota. È il signore! (Gv 21,1-13)
Un’altra volta in cui il misterioso discepolo amato sembra molto più perspicace e veloce di Pietro, è sul lago di Tiberiade, quando Gesù risorto si presenta ai discepoli che tornano a riva ed egli è il primo a rendersi conto che è il Signore. Quella notte, Simon Pietro era uscito con diversi discepoli a pescare senza, tuttavia, prendere nulla. E fu proprio al loro rientro, la mattina dopo, che Gesù si presentò sulla riva, senza che i discepoli potessero riconoscerlo, data la sua condizione di risorto rivestito di un corpo non più mortale, ma spirituale. Allora Gesù disse loro: “Figlioli, avete del pesce?”. La domanda peggiore nel peggiore dei momenti! Non per nulla, i discepoli gli risposero di no, senza neppure degnarlo di uno sguardo. Imperturbabile, Gesù disse loro di gettare la rete dal lato destro della loro barca, che ne avrebbero trovato. Da uno sconosciuto, peraltro neppure pescatore, quel consiglio era un’ulteriore impudenza: dire a dei pescatori che avevano pescato tutta la notte, una cosa simile! Anche la disperazione ed il bisogno dovevano, però, essere grandi, dato che, di fatto, gettarono la rete. La gettarono e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci, racconta l’evangelista. E fu a quel punto, che lo stesso discepolo “amato”, disse a Pietro, indaffarato a tenere insieme le reti: “È il Signore!”. Quest’ultimo, udito che era il Signore, si cinse la veste, perché era nudo, e si gettò in mare, mentre gli altri discepoli venivano avanti con la barca, trascinando quella gran quantità di pesci.
Venuti a riva, nessuno di loro riveste
un’importanza particolare, nel racconto dell’evangelista, neppure quel discepolo
che per primo aveva riconosciuto il Signore. Tutti si radunano a mangiare il
pane ed il pesce che Gesù aveva amorosamente preparato loro. La presenza del
maestro è così vera e, allo stesso tempo, così trasparente di cielo che, proprio
perché sanno che è Gesù, nessuno osa domandargli qualcosa. Si limitano a
mangiare in silenzio e a guardarlo. Anche Pietro si comporta apparentemente allo
stesso modo, ma non è così. È lui, infatti, a salire sulla barca e a tirare a
terra la rete piena di centocinquantatre grandi pesci. Una rete che, benché i
pesci siano tanti, non si strappa. Quella barca rappresenta, infatti, la Chiesa
affidata alla custodia di Pietro che, con la rete della buona notizia di Cristo,
tira a terra, tutti i centocinquanta popoli della terra, tanti erano considerati
all’epoca, rappresentati dagli altrettanti grossi pesci del lago. Mi vuoi bene più di costoro? (Gv 21,14-19)
Questa, nota l’evangelista, era già la terza volta che Gesù si manifestava ai suoi discepoli, dopo esser risuscitato dai morti. E anche questa volta aveva qualcosa di particolare da chiedere a Pietro, per i suoi discepoli. Quand’ebbero finito quella colazione, infatti, Gesù cominciò ad intessere con Pietro un dialogo stringente e, per il povero discepolo, assai imbarazzante. “Simone di Giovanni”, cominciò a chiedere Gesù a Pietro, “mi ami più di costoro?”. Nonostante che Gesù lo chiami con il suo nome primitivo (Simone di Giovanni), quasi avesse dimenticato di avergli imposto un nuovo nome (Kefa), Pietro risponde subito di sì. “Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene”. Gesù gli disse, allora: “Pasci i miei agnelli”. Come se, tuttavia, non avesse sentito bene, Gesù glielo chiese per una seconda volta: “Simone di Giovanni, mi ami?”. E anche questa volta Pietro rispose senza pensarci: “Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene”. A una stessa risposta del discepolo, una stessa consegna del Maestro: “Pasci le mie pecore”. La domanda doveva, tuttavia, essere posta di nuovo! Gli chiese, infatti, Gesù, per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. E l’evangelista nota che Pietro, a quel punto, si fece triste. Quel sentirsi chiedere, per la terza volta: “Mi vuoi bene?”, dovette ricordargli le tre volte del suo rinnegamento e lo straziante canto del gallo. Se l’era meritata, quella insistenza! Con gli occhi pieni dello stesso pianto di quella notte, rispose, tuttavia, anche ora per la terza volta: “Signore, tu sai ogni cosa; tu conosci che ti voglio bene”. Sai che ti voglio bene! È tutto ciò che è capace di dire con tutta la sua sincerità. Che lo ama con l’amore del povero Simone figlio di Giovanni (la filia), con tutto ciò di cui è capace, nonostante che Gesù gli avesse chiesto, le prime due volte, di amarlo con il suo stesso amore divino (l’agapê). Si è accorto, inoltre, che - proprio quest’ultima volta - Gesù non chiede niente altro che proprio l’amore che egli gli sa dare. Il resto glielo darà lui, dall’alto. Non deve essere Simone a parlare a conforto dei suoi discepoli, ma Pietro sostenuto dallo Spirito Santo. La consegna, di fatto, è sempre la stessa: “Pasci le mie pecore”. Dove non può arrivare il cuore di Pietro, arriva, infatti, il cuore di Cristo che egli deve solo indicare, con fermezza e dolcezza, a tutti i credenti, ma anche ai non credenti.
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