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Quando pregate, dite:
“Padre”,
disse Gesù ai suoi
discepoli.
Anche se nessuno,oggi,
chiama così
il proprio genitore,
“Padre” è una parola
dolce
e piena di risonanze
intime.
Dice tenerezza e
sicurezza,
insieme.
E Gesù ha voluto
che ti
chiamassimo così,
accanto a noi,
Padre nostro.
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Ha voluto che ti dicessimo nostro,
perché la tua vicinanza
deve allargare gli orizzonti.
Tu, Padre,
non sei soltanto mio.
Sei nostro
e vuoi che ci sia anche il mio
fratello,
quando ti chiamo così.
Da sempre, hai voluto
che non mi nascondessi
da te
ma neppure da mio fratello.
Dove sei, Adamo,
lontano da me?
Dov’è tuo fratello, Caino,
lontano da te?
Che te ne faresti della mia offerta,
se non la portassi
insieme a mio fratello?
Forse volevi dire proprio questo,
a Caino,
imbronciato,
quando avevi guardato ad Abele
e non
ai frutti del suo campo.
Se agisci bene
e custodirai tuo fratello,
invece di aggredirlo,
puoi tenere alto
il tuo volto,
davanti a lui e davanti a me.
Se agisci male,
si accovaccia alla tua porta
il Maligno
e tu vaghi lontano,
da me, ma anche da te stesso.
L’appetito dell’invidia è in te,
ma tu dominalo,
ricordando
che io sono Padre tuo
e di tuo fratello,
prima delle offerte. |
Che sei nei cielo
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Padre nostro
che sei “nei cieli”...
Ma Tu, Padre, sei davvero lassù?
Se nessun luogo
può contenerti,
ti contengono, forse, i
cieli?
Dicendo così
gli occhi si alzano,
però,
e il cuore si dilata
verso spazi infiniti,
almeno quanto quelli del
cielo,
ultimo riferimento
ai nostri spostamenti.
Se, dunque,
sei un Padre celeste,
avvolgi tutti
e tutti attendi,
sempre più in là
dei nostri segreti
progetti.
I nostri padri della
terra,
anche i migliori,
non hanno braccia grandi
come le tue.
Un giorno o l’altro, poi,
gli si fanno vecchie
e si stancano.
Le tue, invece,
si tendono anche a loro
e, nel tuo abbraccio,
ci ritroviamo tutti,
padri e madri,
figli e figlie.
Tutti figli tuoi
e fratelli fra noi,
senza che le differenze
spariscano,
quando i padri
si fanno di nuovo bambini
e i loro bambini
diventano padri.
Poiché, da Te,
Padre Celeste,
ogni paternità sulla
terra
prende nome
e vigore. |
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Sono parole difficili,
queste,
Padre nostro.
Come santificare, noi,
il tuo nome?
Chi dirò che mi manda?
ti chiese Mosè,
quando Tu volesti
inviarlo,
benché balbuziente,
dal terribile Faraone,
soltanto nel tuo nome.
Colui che sono
e sarò con voi,
gli dicesti,
quando sembrava
impossibile
che un dio,
anche uno qualsiasi,
si prendesse cura
di un povero gruppo di
schiavi,
costretti a impastare
mattoni
di mota e di paglia,
per gli Egiziani.
Il Dio di Abramo,
il Dio di Isacco
e il Dio di Giacobbe,
aggiungesti.
Padri che ricordavano,
unica gloria di un
passato
troppo lontano.
Non conoscevano te,
ma avevano sentito
parlare di loro
e della fede che aveva
spinto Abramo
a lasciare Ur dei Caldei,
per una terra ancora
soltanto promessa.
A stento e a tentoni,
anche quei poveri schiavi
ti seguirono.
E Tu, da solo,
li guidasti nel deserto.
Non c’era,
con Te,
alcun dio straniero.
Fu la grande esperienza,
la promessa e la terra.
Il Tuo bastone e il Tuo
vincastro
davano loro sicurezza.
Ora, il Figlio,
dice che il tuo nome è
Padre,
Padre nostro,
e che non vuoi
che si venga più soli
da Te.
Nemmeno quando ci si
sente
davvero così,
scartati da tutti.
Perché Tu sei
il nostro Padre celeste.
Sai i bisogni
di tutti i tuoi figli,
prima ancora che
t’invochino.
Come il sole
che è lo stesso
qui e agli antipodi,
avvolgi tutti
ad uno ad uno.
Come il padre della parabola
abbracci il figlio
finalmente tornato,
ma anche l’altro
che non sa perdonare.
Sia santificato,
dunque, il Tuo nome.
Come il figlio ramingo,
anche noi
ci alziamo per dirti
“Padre”.
Nel Tuo Figlio,
mandato a guarirci,
anche noi,
ti riconosciamo,
nostro Padre.
Misterioso come il vento,
lo Spirito spira anche la nostra preghiera. |
Venga il
tuo regno
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Sei Padre
e hai un regno, Signore?
Te lo chiedo quasi
temendo,
ancora,
la tua Maestà,
ma lo Spirito
mi conduce di nuovo.
Un titolo simile,
lo trovo,
scritto in tre lingue,
sulla croce del Tuo
Figlio:
“Gesù di Nazareth, re dei
Giudei”.
Un cartello di condanna
per Lui
e di salvezza per tutti.
I giudei, credendolo una
bestemmia,
vogliono farlo togliere.
Pilato,
ha dato ordine di
scriverlo
proprio per irritarli,
e, come loro,
non crede in Gesù.
Sei re?
Gli domanda,
da solo a solo.
Ma proprio quando pensa
di umiliarlo,
col potere
di crocifiggerlo o di
liberarlo,
si sente rispondere di
sì.
Sfidando la condanna,
quel pazzo di Nazareth,
si dichiara proprio re.
Anche se,
il Suo Regno,
non è di questo mondo
e il Padre
non manda nessuno
a salvarlo dalla morte.
Devo andare al Calvario,
Padre,
quando invoco che venga
il Tuo regno.
Il tuo regno, infatti, comincia
lassù,
dove il Tuo Figlio muore
perdonandoci tutti,
perché…
non sappiamo quel che
facciamo.
Ho ancora paura a
chiederlo,
ma voglio che venga,
questo Regno
che vuoi dare anche a
noi,
insieme alla croce,
ma con la certezza del
tuo amore. |
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La Tua volontà…
Chi potrebbe fare,
la Tua volontà,
se non Tu stesso
che sai ciò che vuoi e
che è bene?
Che potresti volere,
poi,
che si faccia per Te,
che già non hai?
È forse per noi
Che domandi
di chiederti anche
questo?
è il nostro bene,
la tua volontà,
Padre nostro?
Gesù ti chiese
d’allontanargli
il calice amaro,
ma disse di non volere
altro
che la tua volontà.
Anche noi,
vorremmo pregarti così.
Ma bisogna
che lo mormori,
il tuo Spirito
leggero e possente,
contro la nostra paura.
Se lo suggerisce,
anche noi,
timidi ma convinti,
diciamo:
sia fatta la Tua volontà.
con noi ed in noi,
Colui che Ti conosce
bene, Padre.
Sa il tuo amore
e può insegnarlo anche a
noi.
Venga, dunque,
il Tuo Spirito.
Ci dica che siamo Tuoi figli,
anche noi,
e sia fatta la Tua
volontà,
come in cielo, così in terra.
| Come in cielo | |
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come la tua volontà
sia fatta in cielo,
e tutti coloro
che ci hanno preceduto
vicino a Te.
Ma quaggiù?
Bisogna guardare tuo Figlio.
La tua volontà, lui,
l’ha compiuta quaggiù.
Nell’incomprensione,
ma con tutto il cuore.
Vuol dire
amare fino a dare la vita,
come Lui?
I santi
che l’hanno seguito
nelle opere dell’amore,
hanno capito.
Come Gesù,
ti chiamavano Padre
e amavano i fratelli,
ad uno ad uno.
Come Te,
Padre celeste,
che abbracci tutti,
aspettando anche
chi non vorrebbe
entrare alla festa.
Se aspetti anche me,
insegnami a compiere la tua volontà,
perché mi ami.
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Così nella nostra realtà
e nel nostro mondo,
dove hai mandato il
Figlio
e lui manda noi.
Qui ed ora,
nelle occupazioni
della vita,
gioiose e tristi,
leggere e pesanti.
Tutte importanti,
ai tuoi occhi,
Padre,
perché noi,
siamo tuoi figli. |
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Questo, Padre,
te l’avremmo chiesto
anche senza l’insegnamento
del Maestro.
Il pane
è tutti i nostri bisogni
e il bisogno
è già una preghiera.
Tu,
Padre nostro celeste,
non potresti
non darci il pane.
Anche i nostri padri
terreni,
quando gli chiediamo
pane,
non ci danno pietre.
Non lo faresti Tu, Padre,
che sai,
prima di chiedertelo,
il nostro bisogno?
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Non comprendiamo perché,
molti dei nostri
fratelli,
non abbiano
nemmeno il pane
e ci viene spontaneo
incolpare anche Te.
Perché?
Ti chiediamo,
senza ricevere risposta.
Tu non rispondi,
ma non ci vieti
di gridare così.
Anche l’antico salmista
Ti chiedeva perché,
e Tu hai consacrato
la sua preghiera
nei salmi di lamento.
E, forse,
ci dai una risposta,
quando,
alla domanda spontanea
del pane,
vuoi che aggiungiamo
che sia quello del giorno.
Vuoi suggerirci che
– se volessimo davvero
così –
ce ne sarebbe per tutti?
Ce ne sarebbe per tutti
e ne avanzerebbe.
Come il giorno
della moltiplicazione dei
pani,
sette o dodici ceste.
Convinci noi, Padre,
e il mondo intero,
a spartire.
Altri miracoli,
non ne volesti fare,
nemmeno per il Figlio,
quand’ebbe fame.
Lui che aveva compassione
e moltiplicava il pane
per le folle.
Con cinque pani e due
pesci
tutti rimasero sazi.
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Rimetti
a noi i nostri debiti
Forse,
il debito più pesante
è proprio l’egoismo
e l’accumulo di pane.
Gli altri peccati
li cancelli tutti.
ricordando la tua
misericordia.
Te li getti alle spalle,
perché Tu sei buono,
Padre.
Come
noi li rimettiamo
ai
nostri debitori
Eccoti
di nuovo
a braccia aperte
Padre “nostro”.
Come un padre
nella sua famiglia,
non può perdonare
a uno solo dei suoi
figli,
finché
non li vede riconciliati
tutti,
così anche Tu,
se uno si ostina
a non voler perdonare
suo fratello.
Vuoi educarci,
Padre nostro celeste,
facendoci sentire
sempre in debito
del debito del fratello.
Vuoi farci crescere
insieme.
Solo pretendere,
non si può,
neppure da Te.
Bisogna anche dare.
Se t’offendiamo,
ci perdoni,
ma non puoi permettere,
che non siamo aperti
a perdonare
- almeno in cuore -
anche noi,l’offesa.
Non
puoi perdonarci,
se
chiudiamo le porte al fratello
e non preghiamo
perché lui non
chiuda
la sua
in faccia a noi.
Se voi, infatti,
perdonerete agli uomini
le loro colpe,
il Padre vostro celeste
perdonerà anche a voi.
Ma se non perdonerete
agli uomini,
neppure il Padre vostro
perdonerà le vostre
colpe,
concluse Gesù.
Poiché Tu sei Padre di tutti.
E
non c’indurre in tentazione
Questa richiesta
ci pare primitiva,
Padre.
Potresti indurci,
proprio Tu,
nella tentazione?
Eppure,
è Gesù
che c’insegna
a pregarti così…
nel Getsemani.
Non è peccato,
la tentazione,
ma l’occasione
del coraggio del bene,
fino in fondo.
Lo vedo in Gesù,
tentato nel deserto,
ma soprattutto nell’Orto.
Nemmeno Tu,
potesti impedirla,
la sua tentazione.
Ma dopo averti gridato
forte: “Padre”
Si rialzò.
Se preghiamo anche noi
così,
la tentazione
non vince la nostra
debolezza.
Andiamoci, dunque,
con Gesù,
nel nostro orto degli
Ulivi.
Magari sonnolenti,
come Pietro, Giacomo e
Giovanni,
ma andiamoci, con lui.
Rialzatosi dalla
preghiera,
Gesù dice anche a noi,
come a quei discepoli,
di pregare,
per non cadere in
tentazione.
La nostra carne è debole,
ma lo Spirito…
lo Spirito è forte.
Anche Pietro dubitò
sulle acque del lago,
ma gridò forte
e Gesù gli tese la mano.
Fa’, o Padre,
che la tentazione
e il dubbio che Tu
non sia al nostro fianco,
nella prova,
non ci inchiodi.
E liberaci dal Maligno.
Ma
liberaci dal Male
Te l’abbiamo già chiesto
e siamo certi che Tu,
Padre,
ci libererai sempre,
dal male
e dal Maligno.
Lo hai fatto per Tuo
Figlio
e lo farai
anche per noi.
Per questo,
diciamo: Amen!
Siamo certi che è così. |
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IL PROFUMO DELLA PREGHIERA
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Ero in treno e avevo tra le mani una
rivista illustrata, quando mi venne di mettermi a pregare.
Scendeva il tramonto e, per non distrarmi dietro al
rumore del convoglio e delle voci dei passeggeri, cominciai a scrivere ciò che
mi suggeriva il Padre Nostro che, quasi automaticamente, avevo cominciato a
dire mentalmente.
Non avendo altra carta, cercai uno spazio bianco sulla
rivista e appuntai la mia preghiera su due pagine di pubblicità. C’era scritto
soltanto il nome di un profumo e queste parole che - me ne rendo conto ora che
ho appena finito di trascriverla e di correggerla - esprimono bene ciò che
andavo cercando anch’io, in quel momento di raccoglimento. Quel profumo veniva reclamizzato come “Relaxing Fragrance”. Non me n’ero accorto, ma mi sembra che quelle due parole esprimano proprio ciò che, misteriosamente, emana dalla preghiera, quando ci sorprende desiderosi di Dio, magari in treno: un profumo rilassante.
Con questa
consapevolezza, trascrivo queste riflessioni da quelle pagine, strappate alla
pubblicità. Mi sono accorto che contengono un po’ di quella fragranza.
La preghiera è più esclusiva e personale di qualsiasi
profumo, ma può darsi che anche la mia invogli qualcuno a fare la sua, ogni
giorno, sul treno o per la strada, a casa o al lavoro. Le mie riflessioni
contano poco, ma le parole del Padre Nostro illuminano sempre se lo diciamo nel
segreto dei nostri veri bisogni.
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